"Quando ho iniziato a fotografare avevo un’immaginazione pittorica di suggestioni assolute, legate a Caravaggio", spiega l'autrice. "E fotografare era il modo breve per giungere a un quadro, al tempo eterno e all’attimo bloccato, a quel recesso, a quel remoto che una figura porta in sé; ma soffrivo dal centro delle mie mani, perché la stampa della fotografia, la stampa nuda e cruda, era come la dichiarazione di una disperazione senza che nulla venisse mediato. Desideravo intervenire con un principio di irriproducibilità che tenesse conto dell’irruzione anche delle mie mani non solo della visione e del mio corpo esposto. L’immagine da sola svelava troppo e così, con una tecnica di intervento che parte dalla stampa utilizzando i processi della lavorazione per il legno, ho cercato una protezione delle opere, una velatura e una fenditura che le riaprisse diversamente, per creare un varco che permettesse di comprendere la fragilità che porta con sé una vita messa in opera."
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